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Montagna e Omologazione

 

 

 

 

 

 

L’omologazione dei monti: humana conditio?

 

“Arrampicare è salire non alla vetta

ma alle radici di una fantastica ascesa alla personale libertà”

 

Talvolta è utile, per meglio comprendere i problemi del momento, distaccarsi da essi mentalmente e quindi riavvicinarsi ad essi lentamente e da una certa distanza. Così si può meglio comprenderli. Infatti, chi è sprofondato nei problemi quotidiani non sarà mai in grado di volgere lo sguardo al di là di essi. Si può dire che sia praticamente cieco.

Ecco svelata l’humana conditio: la terra solitaria col suo carico di essere viventi. L’universo che diviene, o, ciò che è lo stesso, la natura, dalla quale nascono e derivano gli uomini, questo universo è del tutto privo di sentimenti e di emozioni. Il suo divenire si realizza con assoluta indifferenza nei confronti dell’umanità e dei singoli uomini.

La verità è che da molti millenni gli uomini hanno agito nei confronti dei fenomeni naturali sulla base dei loro problemi quotidiani e verso mete di breve respiro.

La smitizzazione della natura è stato un lungo processo, un lavoro assiduo e non programmato di secoli. Oggi, non ci si ricorda più nemmeno che questo processo è avvenuto. La smitizzazione della natura è un dato di fatto scontato. In molti paesi gli uomini sono diventati a tal punto padroni della natura da non essere più neppure consapevoli, se non in casi eccezionali e in modo del tutto marginale, del fatto che la natura conserva intatto il suo strapotere e la sua pericolosità.

A molti uomini l’elevato grado di congruenza di conoscenza della natura con la realtà appare come un prodotto della ragione naturale o, più in generale, della universale razionalità umana. Essi sono perciò del tutto incapaci di spiegarsi come mai gli uomini siano in grado di pensare e di agire <<razionalmente>> in riferimento ai fenomeni naturali extra-umani, ma non siano palesemente in grado di comportarsi nella stessa misura in modo razionale in relazione alle forme della loro vita sociale.

L’elevato grado di adeguatezza al reale di queste conoscenze rende possibile un esteso controllo dei fatti naturali e la loro crescente manipolazione in vista dei bisogni umani. Nel campo dei fenomeni sociali le rappresentazioni fanno assai meno riferimento alla realtà che non per quanto riguarda la natura, esse sono assai più auto-referenziali e portano il peso del significato emotivo che hanno per coloro che si fanno portatori di tale sapere [da Humana Conditio di Norbert Elias]).

La capacità di assolvere al rito del dio denaro è di certo una delle migliori qualità umane. Ecco, quindi, che orde di “assatanati” cittadini si riversano entro gli alvei dei rivoli montani. Oramai siamo costretti, con inusitata violenza, a compiere la solita ritualità: dormire, bere e mangiare. Siamo incanalati con veemenza oratoria e richiami luccicanti, come allodole indifese, nella stessa strada, nello stesso sentiero, nello stesso posto verso il raggiungimento della chimera montana.

Non vi è più il parlare al condizionale, al congiuntivo, al futuro probabilistico: vi è solo il presente ‘assolutamente certo’ delle cose. Esiste solo l’arroganza dell’immanente, la protervia del “giusto per il giusto” e del sapere onnisciente.

Siamo piccoli ma non vogliamo che “l’iniquo potere della natura” non ci conceda tutto quello che noi vogliamo si compia, che noi vogliamo si realizzi: oggi, non ieri o domani!.

Alea iacta est.

Il dado dell’episteme è tratto: natura crudele che ti riprendi il tuo spazio, che mandi messaggi di ribellione alla razionalità umana, che rendi pericoloso ciò che da sempre è, che ridai emozione e sentimento a ciò che è stato meccanicizzato . Oh perfida natura !!!.

I viventi chiedono più piste da sci, più impianti, più neve artificiale, più pseudo-rifugi, più ristoranti, più comodità di accesso: diamoglieli. Allora, disboschiamo, sbanchiamo, inquiniamo, prostriamoci al “magna e bevi”, adoriamo il business.

Ecco, la mistificazione del fare qualcosa per la montagna, per dare occupazione, per rendere migliore l’ambiente. La cosa essenziale è invece l’asservimento al potere degli esseri umani, ai loro bisogni, alla loro defecatio conditio.

Voglio, perciò, anzi esigo fare parte del gregge, essere convogliato sullo stesso sentiero, arrivare allo stesso rifugio, mangiare le stesse cose sino a scoppiare, spendere la stessa quantità di danaro o anche di più, ritornare su quella stessa mulattiera, guardare lo stesso panorama, adoprare gli stessi noiosi stereotipi, mettere in moto la stessa jeep-status, incanalarmi nelle stesse file stradali, incastrarmi sotto la stessa galleria, inalare gli stessi gas di scarico, maledire gli stessi dei ma, una volta rientrato alla magione, poter dire di essere stato in montagna, in un posto bellissimo e di pensare di aver fatto qualcosa di diverso dal solito: che soddisfazione!.

Voglio perdere la mia identità, le mie peculiari caratteristiche di homo sapiens (…ne siamo proprio sicuri?), voglio essere omologato al sistema che guarda a e opera nella natura. Non posso destabilizzare le mie capacità di pensiero cercando di essere diverso da quello che è già stato deciso, anche per me. Meglio riservarsi il proprio posto nei canali già “intagliati” dell’omologazione: ci si mimetizza in modo migliore, non ci si mette in discussione, non ci si espone.

L’essere umano chiede: la natura deve farsi da parte. Le identità, le diversità, le caratterizzazioni del mondo naturale devono essere rese conformi, “normate” alla ‘natura’ delle esigenze di “Lor Signori”, sotto le mentite spoglie del «far del bene per». La morfogenesi dei fenomeni di arricchimento travolge tutti e tutto: altro che valanghe, smottamenti e frane. Questa violenza omologativa non ha paragoni: non ho vie d’uscita, non posso arrampicarmi sul larice perché non c’è più, non posso prendere il sentiero alternativo perché lo hanno cancellato, non posso ascoltare il silenzio della natura perché soverchiato da sciami rumorosi di ‘api al rifugio’, non posso riconoscere i profumi della montagna perché inondato da effluvi vari del “magna” ristoro, non posso gustare i sapori montani perché sommerso dagli odori del “gregge scampanante”. Non posso ! Ma … lo voglio?

E in tutto questo angusto, ma per taluni meraviglioso, modo di vivere i monti ecco emergere un altro tormento, una tortura degna dei peggiori tribunali dell’inquisizione, perfido gatto a nove code: la de-consapevolezza semantica. Fiumi in piena di parole che si riversano senza sosta e acume nel tentativo – quasi sempre riuscito – di ‘rintronare’ l’essere umano e di instradarlo verso ciò che pensa sia giusto ma che altri hanno già deciso per lui. Forme verbali paurosamente distorte, ‘consecutio temporum’ devastanti e etimi sconvolti. Queste sono le vere rovine della natura, della montagna: non lasciano scampo al «meriggiare pallido e assorto».

E che dire dell’uso, oserei sostenere destabilizzante, del famigerato ‘che’: lo troviamo dappertutto nemmeno fosse un bene primario legato alla sopravvivenza dell’essere umano. Un pronome omologativo della classe parlante, della classe che ci incanala … e che dire.?

Si è perso il significato non solo delle cose, ma soprattutto delle azioni, nel vortice dell’estrema razionalità che porta a sottovalutare gli aspetti emozionali del dire e del fare. Evocare sensazioni toponomiche non è più di moda oggi. Rispettare il fascino misterico della natura e le sue mitopoiesi ha un ché di stantio. Meglio tessere lodi di aberranti costruzioni o musei, di discorsi o eventi assolutamente omologati tra loro: l’essere umano esige le simmetrie.

La montagna invece è assiomaticamente ‘ordine entropico’, è diversità emozionale, è ciò che ti può far riscoprire le tue differenti identità combattendo l’esercito “dell’omologazione”. La montagna non ha tempo, lo contiene; non ha colori, li contiene tutti; non ha auto-referenzialità perché è di tutti; non somiglia, perché è sé e altro da sé.

La consapevolezza semantica, in questo senso, deve essere la capacità di fornire strumenti di interpretazione, non rigidi schemi di applicazione entro i quali sistematizzare le emozioni della natura.

Ma voler essere non omologato e quindi diventare parte di un sistema referenziale diverso non è, alla fine, anch’esso un fenomeno omologativo?

Liberiamo la fantasia, aggreghiamoci ai “folli” boschi, alla magica attrazione delle crode, de-comprimiamoci e iniziamo ad arrampicare sui fili della nostra essenza.

Luca Bardella Viel

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